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Le interviste di Bruno Elpis

Intervista a Gian Paolo Serino

Essere uno scrittore non lo considero un mestiere, ma un'esigenza

Foto: Credits Nino Saetti, www.ninosaettiphoto.it 

Prima di parlare del tuo romanzo “Quando cadono le stelle” accenniamo a qualche iniziativa che ti vede protagonista. Come procedono le tue collaborazioni radiofoniche?
La radio è un amore che ho da sempre. Prima come ascoltatore. La radio è un mezzo straordinario. Non è una tele-visione: puoi chiudere gli occhi e  immaginare quello che vuoi tu. L’amore per il microfono, che uso come un microfono d’inchiostro, lo devo a Flavia Cercato, una delle migliori voci della radio di oggi. Raramente capita di ascoltare una “voce” che riesce a ovattarti di candore e al contempo a farti aprire gli occhi sul mondo. Oggi anche la radio tende sempre più a essere “urlata”: secondo me la radio deve essere un sussurro al nostro io, senza però narcotizzarti. È Flavia Cercato che mi ha voluto, anni fa, a Radio Capital, insieme a Massimo Cotto, per la trasmissione della mattina “I Capitalisti”. Due anni splendidi in cui ho consigliato e sconsigliato molti libri. Ho cercato di parlare di libri a mio modo: in maniera rock, anche dissacrante, ma viva. Perché la letteratura -in radio, sui giornali, in televisione, sul web- deve  superare i confini della noia con cui viene sempre presentata. Per questo mi è piaciuta molto l’esperienza a R101 con la Gialappa’s Band: parlare di libri con Flavia e con Giorgio Gherarducci e Marco Santin è stata una grande esperienza.Anche perché avevo la sensazione di essere a “casa”: tra ironia e autoironia ma con competenza. 

In un recente articolo del "Corriere della Sera", si è parlato dell'iniziativa "Parole di Cuore Satisfiction", grazie alla quale ogni settimana conduci gli scrittori nei reparti pediatrici per leggere ai bimbi… Com’è nata questa iniziativa?
È nata quattro anni fa. Non ne ho mai voluto parlare perché credo che sia il minimo sindacale che ogni scrittore dovrebbe fare. Chi scrive credo che abbia una sensibilità particolare e credo sia un dovere di ognuno non solo partecipare, ma magari anche organizzare. È per questo che ne ho parlato con Matteo Speroni del “Corriere della Sera”: mi piacerebbe che altri scrittori e giornalisti mi rubassero l’idea e la portassero in altre città.

Veniamo adesso alla tua attività di critico letterario. Qual è il ruolo della critica letteraria nella web-society? Quale sarà nei prossimi anni la tendenza evolutiva della critica?
Io ho iniziato a scrivere di libri più di vent’anni fa sui giornali cartacei, ma sin dagli albori del web mi sono accorto delle sue enormi potenzialità. Non concordo con chi afferma che la possibilità data a tutti da internet di fare critica rappresenti la morte della critica. Anzi. La morte della critica letteraria consiste soltanto e solo quando un critico scrive di un libro che non ha letto. Questa è la morte. Dopo di che credo che chiunque abbia letto un libro e ne scriva possa essere un critico letterario. Ci vuole mica un patentino di critico. Basta essere sinceri con il lettore. Per questo credo, come già stiamo assistendo, che la critica sul web avrà sempre più valori. Io che ho fondato uno dei primi blog letterari in Italia, da 4 anni non più blog  ma portale di letteratura www.satisfiction.me, credo molto che la nuova tendenza saranno i social. Non tanto Twitter, che in Italia stenta a decollare, ma Facebook: ecco la critica letteraria su Facebook è una barriera.

Una delle tue passioni è scoprire particolari inediti o non troppo conosciuti di personaggi celebri. O mi sbaglio? E quanto ti appassiona il ruolo di “talent scout”?
Beh, credo che un altro minimo sindacale di un critico letterario sia scoprire nuove voci e cercare di divulgare il più possibile i libri ancora sconosciuti, ma che hai amato. Mi è capitato spesso, non solo con autori italiani (penso a Mattia Signorini, Fabio Genovesi, Antonio Moresco, Massimiliano Santarossa, Rosella Postorino, Carmen Pellegrino, Giuseppe Genna), ma soprattutto americani. Penso ad esempio al John Williams di “Stoner”: romanzo che all’inizio non si filava nessuno e che, come testimonia sempre l’editore, ho contribuito per primo a far diventare un libro lettissimo.  In passato è stato lo stesso con “Revolutionary Road” di Richard Yates, che avevo letto nella prima edizione Bompiani titolata “I non conformisti” o con Toole di “Una banda di idioti”, che avevo letto nella prima edizione italiana Rizzoli (con un titolo secondo me più affascinante: “Una congrega di fissati”).

Recentemente hai affermato: “Non comprendo l'indignazione di molti nei confronti di Elisabetta Sgarbi che ieri, in diretta sui Rai1 ai funerali di Umberto Eco, ha mostrato il nuovo libro di Eco nelle librerie da venerdì. Un autore continua a vivere nelle sue opere e non lo considero uno spot di cattivo gusto, ma solo il desiderio di esprimere un dolore che ha la magia di trasformarsi subito in arte.”Perché nel mondo delle opinioni c’è sempre tanta reattività, tanta vis polemica?
Ti rispondo da esperto del settore: sono stato tra i primi a polemizzare, per vent’anni, contro il sistema editoriale e culturale italiano. Da due anni ho smesso. Perché credo molto che stia nascendo una nuova editoria, e “La nave di Teseo” di Elisabetta Sgarbi ne è solo un esempio, e anche una nuova critica letteraria. Non c’è più bisogno di polemizzare: i vecchi dinosauri sono sull’orlo del precipizio. Perché inveire? Ormai stanno cadendo da soli. Ci tengo a sottolineare il passaggio di Eco: non comprendo perché quando muore uno scrittore, un cantante, un attore, un regista di una certa età tutti lo piangano. Comprendo i parenti e gli amici, ma per chi non lo conosce personalmente un artista vivrà per sempre nelle sue opere. Per questo, ad esempio, sono molto attento anche al linguaggio. Se devo scrivere dei “49 racconti” di Hemingway non scrivo “Come scrisse Hemingway”, ma “come scrive”: perché l’autore è “trapassato”, non la sua opera.

Il tuo primo romanzo (Quando cadono le stelle) esce il 19 Maggio per Baldini&Castoldi. Partiamo dall’elemento più estrinseco: la cover. Te l’avranno già detto… non ricorda “Gli amanti” di Magritte?
In realtà è una foto che avevo elaborato anni fa. L’emblema di uno dei baci più famosi del cinema americano ma “sterilizzato”: con delle mascherine. Perché “Quando cadono le stelle” è un romanzo sulla implosione della società dello spettacolo. 

Riporto questa tua affermazione: “Ci ho messo vent’anni a scriverlo. Perché penso che uno scrittore, prima di pubblicare, dovrebbe pensare che si sta trovando davanti a un patibolo e non esisterà un’altra volta. È così che mi sento io. Penso che gli scrittori dovrebbero scrivere libri come se dovessero essere decapitati il giorno dopo. Il giorno dopo è arrivato: spero vogliate raccogliere quel che rimane della mia testa.” Ritieni davvero così definitivo questo debutto come romanziere?
Ho sempre dichiarato che avrei scritto il mio libro non prima dei cinquant’anni. Ne ho 43, ho anticipato i tempi, ma poi non così tanto. Non giudico nessuno, ma non credo agli scrittori seriali che ogni anno, puntuali come il Natale, sfornano un nuovo libro. Forse perché essere scrittore non lo considero un mestiere, ma un’esigenza. 

“Lei era tornata. Improvvisamente. Dopo un litigio che sembrava aver chiuso le loro vite a doppia mandata emotiva. Lui l'aveva pensata. Aveva anche pianto giorni di buio. Vicolo cieco con occhi di agnello e di lupo, di vittima e di carnefice. Ma nel silenzio era giunto alla conclusione che devi essere fedele nella vita. Se non sei fedele a ciò che senti, non sei un uomo. Ma cosa poteva fare? Guardò una fotografia di Lei. Non sapeva dove l'avessero fatta. La fotografia è qualcosa di fantastico. Nelle fotografie tutto è ancora vivo. Non arde nella mente.” Come definiresti il tuo stile? E il tuo registro narrativo? Puoi fornirci “un colpo d’occhio” sul tuo romanzo?
Vivo.

Leggo sulla tua bacheca di FB: “Oggi giornata felicemente impegnativa. Dalle 11 andrò a salutare tutti i librai di Milano con copia del mio primo romanzo…”.  Qual è il tuo rapporto con le librerie?
Se non esistessero le librerie mi mancherebbe l’ossigeno. Il libraio è un’istituzione culturale da valorizzare, aiutare, supportare: come ultima frontiera contro il capitalismo del Nulla, contro il progredire di parole che sempre più si perdono.
Un grazie a tutti i librai! Grazie per quello che fate. Ogni giorno. È da combattenti.

“Non ho molti ricordi della mia infanzia. Non ho aneddoti o eventi particolari da raccontare. Credo che se anche ne avessi sarebbero poco interessanti. Ho memoria solo delle persone con cui ho avuto a che fare, dei miei genitori, di quello che ero e di quello che volevo essere. Ricordo mio padre. Adesso la sua immagine mi appare sfocata come quella di qualche persona incontrata solo una volta nella vita. Mi sforzo di ritrarlo nella mia mente, di disegnarne in modo disordinato i tratti del viso, della barba, gli occhi. Papà, ricordo che da bambino ho desiderato tanto essere come te. Volevo essere già un Uomo. Ho passato la vita a cercare di diventarlo. Sai, non sono sicuro di esserlo mai stato. Pensavo che da un giorno all'altro mi sarei svegliato e sarei diventato uguale a te. Che avrei assunto i tuoi comportamenti, la tua gestualità, la forza delle tue braccia. Forse è per questo che ho passato la vita a fare cose da uomini. Ma mi sono sempre posto, nei confronti delle risse, del sesso, della guerra, della caccia, come un esterno, come un novellino che si cimenta per divertimento in qualcosa che non gli appartiene. Ecco è esattamente quello che ho fatto, forse con una sola differenza: io non credo di essermi divertito. In fondo non c'è rimedio alla vita.” Questo è uno dei passaggi che hai anticipato: autobiografico, pessimista, lirico. Quanto ti imbarazza e ti emoziona mettere te stesso a disposizione del giudizio altrui? E, da critico, riesci a giudicare il te stesso romanziere?
coverMi emoziona, ma non mi imbarazza. È proprio in questo momento storico che bisogna tornare a dare un peso alle parole.
Uno scrittore, prima di pubblicare, dovrebbe pensare che si sta trovando davanti a un patibolo e non esisterà un’altra volta. È così che mi sento io.
Penso che gli scrittori dovrebbero scrivere libri come se dovessero essere decapitati il giorno dopo. Il giorno dopo è arrivato: spero vogliate raccogliere quel che rimane della mia testa. È nel libro.

Ma “Quando cadono le stelle” Gian Paolo Serino cade con loro o esprime un desiderio?
Chiaramente esprimo un desiderio.

Ringraziamo Gian Paolo Serino per questo dialogo e gli diamo appuntamento al giorno in cui commenteremo “Quando cadono le stelle”. 

Gian Paolo Serino e Bruno Elpis 

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