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Le recensioni di Bruno Elpis

L’isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco (i-libri)

coverL’isola degli idealisti è un romanzo sinora inedito di Giorgio Scerbanenco e, come indicato nella prefazione di Cecilia Scerbanenco, venuto alla luce in modo rocambolesco: dagli archivi della seconda guerra mondiale, aperti al pubblico dalla Confederazione Elvetica, emerge un curriculum di Giorgio con un elenco delle opere e delle collaborazioni a riviste. Dall’elenco la figlia, che ha recentemente curato un biografia del padre per La nave di Teseo (Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco), apprende l’esistenza di quest’opera: “Il dattiloscritto originale de L’isola degli idealisti fu gelosamente conservato dalla moglie di Giorgio S., Teresa Bandini S. e, grazie al mio fratellastro Alberto, ho potuto averne copia… gli fu probabilmente commissionato dal Corriere della Sera dopo il grande successo di due romanzi usciti a puntate nel 1942…: Cinque in bicicletta e Cinema tra le donne.”Un’opera che si candida a essere il preludio della futura produzione noir del grande scrittore: “Assonanze caratteriali, fisiche, di percorsi mentali, tra Celestino Reffi e Duca Lamberti… Persino lo stile, pur dolcemente demodé, è già dinamico e incisivo, da crime novel…”

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Il professore di Viggiù di Aldo Nove (i-libri)

coverAldo Nove affida a Il professore di Viggiù (“Il Professore era lo straniero. Uno straniero gentile e un custode di più profondi segreti. Il Professore era l’Altro”) onore e onere di rivelare verità.

Nell’immaginazione letteraria, tuttavia, è Il professore di Viggiù – una sorta di novello Zarathustra - che consegna al panettiere Matteo un manoscritto da recapitare ad Aldo Nove, affinché lo divulghi: “Voleva che te lo consegnassi perché a tua volta lo trascrivessi, e lo pubblicassi. Senza cambiare una parola. Nella speranza che raggiungesse il maggior numero di persone…”

L’occasione consente di riflettere su scrittura ed editoria, con qualche buona parola anche per i (poveri e sparuti) lettori:
I pochi che ancora si ricordano di me continuano a considerarmi uno scrittore cannibale, cosa che è quanto di più lontano da me possa essere ma che pure mi porto dietro come una pigra, svuotata etichetta, in un paese di deficienti in cui editori e lettori non si sottraggono certo alla demenza, alla povertà mentale e di valori del resto della popolazione per il fatto che leggono o dicono di leggere libri (sarebbe troppo facile).” 

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La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (i-libri)

coverLa ragazza con la Leica di Helena Janeczek è una biografia sui generis, non propriamente di facile e lineare lettura, discontinua nella cronologia, vorticosa nei particolari, delineata da tre punti di osservazione: quello di Willy Chardack, Buffalo, N.Y., 1960; quello di Ruth Cerf, Parigi, 1938; quello di Georg Kuritzkes, Roma, 1960. 

E se i medici Willy e Georg (“Non è disprezzabile che dei loro scopi e sogni condivisi – la medicina, Gerda, l’antifascismo – il primo sia rimasto a entrambi”) sono stati sentimentalmente legati a Gerda e le loro descrizioni sono retrospettive (“Gerda era e restava leggera, in tutti i sensi, anche in quelli traslati meno lusinghieri. L’inganno della leggerezza nasceva dall’incanto che emanava, dal paradosso di una graia inflessibile, dall’apparenza che fosse un dono, a volte un limite, e non l’esito di uno sforzo di volontà o di un costante lavoro interiore”), Ruth parla con la forza della contemporaneità: “Era spiazzante, Gerda. Non somigliava a nessuna delle ragazze che Ruth aveva conosciuto a Lipsia: né a quelle come lei, che quando si innamoravano smettevano di notare gli altri uomini, né alle ragazze il cui unico scopo era di far girare la testa all’universo maschile. Non c’era dubbio che Gerda fosse conscia di suscitare quell’effetto, ci sguazzava come un pesciolino ornamentale nell’acquario, ma in un modo insolito. Palese, senza malizia, quasi candido. Le piaceva essere attraente e corteggiata in linea di principio, le piacevano in particolare certi ragazzi: ma non ne faceva mistero, né tante storie”. 

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Le assaggiatrici di Rosella Pastorino (i-libri)

coverLe assaggiatrici di Rosella Pastorino – romanzo vincitore del Premio Campiello 2018 - sono la narratrice, Rosa Sauer detta la berlinese, la rude Elfriede Kuhn, la polemica Albertine, la romantica Leni, la procace Ulla, le madri di famiglia Beate e Heike, le filonaziste “invasate”: Gertrude, sua sorella Sabine, Theodora.
Hanno un compito che le più feroci dittature fin dai tempi dell’antichità – consapevoli dell’odio che seminano – hanno inventato a protezione del despota: un parafulmine contro il pericolo che al tiranno (in questo romanzo Hitler), insieme al cibo, venga somministrato del veleno letale (“Alle undici del mattino eravamo già affamate… Quel buco nello stomaco era paura”). 

L’idea di fondo del romanzo è quella di analizzare le dinamiche interpersonali in un gruppo di donne, accomunate dal terrore indotto sia dal pericolo di vita che si rinnova a ogni pasto sia dalla vigilanza delle temibili SS (“Calzava stivali enormi, perfetti per schiacciare teste di serpenti”). 

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